Finché…

Mani

Accudire un genitore anziano, che sta perdendo il controllo del suo corpo, è bello finché i suoi occhi ti rispondono.

Love is all you need

C’è chi usa Twitter per litigare, polemizzare sulla politica, costruirsi una fragile autostima basata su cuori e retweet. Io lo uso in modo costruttivo. Incontro “casi umani” (o che si sentono tali) e li consolo mettendomi a nudo e facendogli capire che io sono più “caso umano” di loro. Non m’importa se alla fine avranno di me una considerazione pietosa, o sorrideranno di me come di un fenomeno da baraccone: quel che conta per me è consolarli, offrendo loro me stessa in tutta sincerità.

Una ragazza twittava: “Più vedo mio nipote in casa, più penso che non avrò mai figli”.

Io, di rimando: “Odiavo i bambini. Ho avuto un figlio. Continuo ad odiarli. Tutti, tranne mio figlio e i suoi amici quando vedo che lo fanno ridere”. Mi ha ringraziato per averle dato una speranza, tanto più importante perché proveniente da una persona simile a lei (poco prima, ci eravamo scambiate tweet sulla nostra fobia sociale e disturbi di personalità).

La natura procede nella sua evoluzione per tentativi ed errori. Una personalità dai tratti patologici è un carattere che, esattamente come il mio naso storto, si è trasmesso per errore. Entrambi danno luogo a caratteristiche disfunzionali. Quel che si può fare è accettarsi, non solo fisicamente (quello è relativamente facile), ma soprattutto psicologicamente. Ho una personalità borderline, con depressione, fobia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo. Ho gli occhi castani, i denti storti, un sorriso splendido che mi fa brillare gli occhi. Siate contenti di voi.

Come fai a chiedermi un titolo se non so nemmeno io che cosa scriverò?

Tutto ciò che curi, cresce.

Dio è dentro di me quanto internet è nel mio telefonino.

Queste le frasi con cui ho fatto colazione. Le gallette di riso sono insipide. Il caffè zuccherato è una piccola trasgressione. Sono atea, non solo per quanto riguarda la religione, ma qualsiasi credo cieco che non soddisfi la mia ragione. Sono una pensatrice schiava della libertà assoluta. Non aderisco a niente, non posso usare nessun pensiero come farmaco. Un solo sentimento senza ombre: quello per mio figlio.

“In modo che non si divincolino”

Ana è uscita dalla porta ed è entrata dallo sportellino per i gatti. Mi dicevano: “Mangia di tutto, tu che puoi farlo!” madri diabetiche e suocere con il colesterolo alto. E invece no, ho deciso che non posso farlo. Il mio spirito ha inventato una malattia fisica, la fibromialgia, che si cura anche attraverso una dieta antiinfiammatoria, che prevede l’esclusione di: glutine, lattosio, solanacee, carni rosse, e l’assunzione di riso integrale, pesce, verdure, frutta. Da quando l’ho iniziata, mi sento molto meglio, mi guardo allo specchio sentendomi più “corrispondente a me stessa”. Io non sono un’estremista, una psicotica, un’invasata, quindi per me Ana è soltanto un’ispirazione, non una gemella. Non mi ridurrò mai “pelle e ossa” come alcune ragazze e donne (che comunque apprezzo e in un certo senso invidio). La fibromialgia è una malattia dalle cause sconosciute. Essa quindi lascia spazio ai guru spirituali che affermano sia, come tutte le malattie, causata dal poco o nullo amore ricevuto nell’infanzia dai genitori. Ho letto, in un documento inviatomi da un’amica, del “rituale di perdono” dei genitori: bisogna abbracciarli molto stretti, in modo che non si divincolino, dicendo per tre volte “ti voglio bene”, pensando, nel frattempo, “ti perdono per il bene che non mi hai voluto”. Mi è venuto da ridere immaginando le tante scene che possono svolgersi grazie all’attuazione di questo rituale. Abbracciando la mia corpulenta madre, essa è rimasta dolcemente abbandonata a me, ricambiando senza troppa energia l’abbraccio, rispondendomi, dopo qualche secondo: “Anch’io, tesoruccio”. Difficile se non impossibile sarà l’abbraccio al mio ossuto padre. Credo che per lui dovrò leggere il paragrafo “Rituale di perdono dei genitori morti”, anche se lui, effettivamente, è ancora in vita.

Hello October

Dentro di me, non ho mai abbandonato Ana. Anche quando dovevo mangiare brioches e granite in colazioni “alla catanese”. Ho sempre cercato di riequilibrare un pasto troppo abbondante con uno assai più parco. Un giorno di pasti troppo abbondanti con un altro di semi-digiuno. Ho cercato di bruciare più calorie possibile senza tuttavia sperperare le mie energie. E così…sono dimagrita di sei kg e mezzo. Adesso le mie gambe sono belle. Si vedono i muscoli laterali delle cosce. Frontalmente, si vede che sono storte, così come il busto che, a causa della scoliosi, pencola da un lato. Però, magro e storto è sempre meglio che grasso e storto. Avverto un senso di pulizia e benessere, di rinnovamento. E so che queste belle sensazioni potranno non abbandonarmi mai. Voglio dimagrire di altri sei chili e mezzo, nel tempo. Voglio liberarmi di ogni zavorra e acquisire sicurezza, riprendermi la libertà che in realtà non ho avuto mai, nemmeno da adolescente quando pensavo di averla perché facevo follie e invece ero soltanto impastoiata dai miei complessi e amori non corrisposti.

L’idea

L'idea

Se soltanto ci piacesse la stessa musica, saremmo buoni amici.

Se soltanto ci piacessero gli stessi libri, saremmo buoni conversatori.

Se soltanto avessimo gli stessi orari e luoghi di lavoro, saremmo colleghi.

A noi piace la stessa musica, ci piacciono gli stessi libri, c’incontriamo ogni giorno agli stessi orari negli stessi posti. Noi siamo colleghi, amici, coetanei e conversiamo proficuamente.

Ma da qualche tempo sento che non c’è soltanto questo fra noi.

C’è la curva della tua bocca, che mi ricorda le montagne di Orione al tramonto che guardavo dalle vetrate, aspettando la cena in mensa, da bambino. La forma squadrata del tuo volto, che mi ricorda la robo-tata con cui crebbi, nella costellazione contigua alla nostra. La sua voce era così rassicurante, con lei non faticavo a prendere sonno. Anche con te, sento che posso rilassarmi e abbandonarmi al sonno ed a qualunque cosa accada. E poi c’è il tuo odore. Sentii dire che alcune piante, s’un pianeta lontano e da millenni dimenticato, producevano fiori il cui odore veniva chiamato “profumo”. Ecco, io credo che il tuo odore si chiami profumo. L’ho detto. Quindi potrei anche dire che sei un fiore. Ma cosa vado a inventarmi, tu sei un individuo organico razionale, esattamente uguale a me. Allora perché sento che tu, e soltanto tu, hai qualcosa che a me manca?

E’ strano. Se lo dicessi a qualcuno, chiamerebbe per me il dottore, penserebbe che stessi male.

Un’idea. Oh, un’idea così strana, priva di qualunque fondamento scientifico. L’ho sentita generarsi mentre mi trovavo vicino a te, quasi che tu me l’avessi suggerita telepaticamente. Ma non poteva essere, perché tu mi stavi mostrando i risultati della tua ricerca, ed i tuoi calcoli, tutti infallibilmente esatti, ed io ti stavo dicendo che sì, era tutto giusto e sorprendentemente utile al nostro progresso… Mentre dicevo questo, sentivo premere dentro di me, con una forza pulsante e sconvolgente, quell’idea. Mi sarebbe piaciuto vederti da bambina, o vedere un tuo figlio (nell’ambito di quell’idea potente, le due cose mi sembravano una). E scorgevo in fondo alla mia mente il tramonto, l’ora di cena, la tata, e si sovrapponevano a te fino a fondersi, e fondermi in te. Pensai che l’ordine universale sarebbe stato realmente maestoso e pieno di grazia se nella sua insondabile sapienza avesse fatto incontrare un tuo ovulo ed un mio seme nei laboratori preposti ai fenomeni generativi. Non ero mai riuscito ad immaginare un evento che fosse più bello e che mi riempisse di altrettanta gioia. Era come se avessi fatto una scoperta insostituibile. Invece era soltanto una stramberia, un’idea assolutamente avulsa da qualsiasi scientificità, come già detto.

E’ successo ancora, mentre sentivo il profumo. Il tuo profumo (solo tu possiedi l’odore che chiamo profumo). L’idea, nuovamente, ha bussato alla mia coscienza e si è mostrata, come cresciuta di nascosto e a mio dispetto, ancora più potente e strana che nei giorni precedenti. Ho sentito di voler vedere nostro figlio. Che i nostri DNA, uniti, avrebbero generato un individuo organico razionale migliore di quelli di tutti i laboratori genetici dello spazio. Le nostre eliche si univano, nella mia mente, come sprigionando raggi di luce trionfante. E’ stato allora che, quasi senza accorgermene, ho posato la mia mano sulla tua, preda della strana sensazione che avremmo potuto compiere quel miracolo solo toccandoci. Per questo ti chiedo scusa.

Che idea strana: generare al di fuori dei laboratori, un individuo privo di mappa genetica, seguendo soltanto i raggi di luce gioiosa di un’estasi immaginativa…

Contare

Mioddìo! 🙂 Ieri ho mangiato un gelato. Il primo gelato della stagione, seduta al tavolino di un bar alla moda, insieme a mio figlio, mentre mio padre, che era uscito con noi, era andato a scegliere una nuova montatura di occhiali.

Piccioni sazi di briciole ma ancora alla ricerca di esse, giovani ciarlieri, madri e figliolanze, compagnie di donne obese, ci assediavano tutt’attorno. Io mi sentivo una dea.

Guardavo il visino angelico di mio figlio che si gustava la sua coppetta di cioccolato e stracciatella con biscotto mentre gustavo la mia, di nocciola e stracciatella, ed ero realizzata.

Per me l’estate non è tale senza gelati e abbronzatura. Nonostante il computo delle calorie e la scoliosi. Alla faccia della Natura matrigna, io voglio godermi la vita secondo per secondo!